Il Made in Italy può partire dal Mezzogiorno

Basta recuperare le tradizioni e le vocazioni delle genti meridionali

- Riccardo Pedrizzi -

Ha chiuso il 2012 con 93 milioni di fatturato (+14%) una grande quota del quale (il 17%) va all'estero ed un bilancio che vede un EBITDA del 24%: sono questi i risultati più significativi dell'azienda Ermanno Scervino, che produce nei dintorni di Firenze, a Bagno a Ripoli. Ma questi dati non sarebbero di per sé una notizia eclatante, dal momento che, per fortuna, anche in tempi di crisi, come quella drammatica che stiamo vivendo, di imprese come questa nel settore del “made in Italy” ve ne sono molte che vanno bene, che esportano, che stanno sul mercato internazionale con successo. Quello che fa notizia è che la maggior parte della produzione viene effettuata nel Mezzogiorno d'Italia, perché la Scervino ha individuato una serie di laboratori specializzati nella maglieria e nei ricami fatti a mano, nei capospalla di sartoria, nella produzionei di jersey e jeans e nelle lavorazioni di cinture in piccoli paesini, come Lougi in provincia di Messina (1600 abitanti), dove vi sono maestranze abili e disponibili ad “eseguire anche lavorazioni complesse, che fanno poi la differenza fra i prodotti italiani e quelli stranieri”.
            La conferma della bontà di questa scelta strategica gli Scervino l'hanno avuta con il successo ottenuto in occasione della recente inaugurazione di un punto vendita della società, avvenuta nel corso dell'ultimo Festival del cinema a Cannes. Il pubblico internazionale ha infatti mostrato di apprezzare questo tipo di produzione e questo “ci spingerà a valorizzare queste piccole realtà in un ottica di tutela e sviluppo del tradizionale saper fare italiano”.
            Insomma “il made in Italy della moda e del lusso - hanno dichiarato al “Sole 24 Ore” i rappresentanti dell'azienda fiorentina - può ripartire dal Mezzogiorno; ne siamo talmente convinti che stiamo aggregando con accordi di produzione tante piccole e medie imprese specializzate in singoli passaggi della filiera nel Sud d'Italia che è un bacino ricco di imprese che stanno resistendo alla crisi grazie al loro know-low specializzato e di eccellenza, forse anche grazie a una più tenace volontà e intraprendenza dei suoi imprenditori”.
            Ma questa scelta imprenditoriale fa anche notizia, perché ancora una volta mette in evidenza l'incapacità della nostra classe politica e l'insipienza di buona parte dei nostri cosiddetti esperti ed economisti che per decenni hanno sempre trascurato la vocazione, le attitudini, le potenzialità della gente meridionale. In pratica hanno dimenticato scientemente e dolosamente la storia e le tradizioni del sud.
            Basta osservare cosa e quanto di Mezzogiorno ci sia nei programmi elettorali di tutti i partiti politici. In pratica il Mezzogiorno è stato il grande assente nell'ultima campagna elettorale nazionale. Il PDL ha riproposto, infatti, il “Piano Nazionale per il Sud” annunciato nel 2009, quando la crisi era appena iniziata e non erano nemmeno all'orizzonte le drammatiche conseguenze che sono sotto i nostri occhi. Eppure nei cinque anni tra il 2007 ed il 2012 il PIL meridionale è calato del 10% ritornando a quello del 1997, il Sud ha perso 301.270 posti di lavoro di cui solo nell'industria 141 mila (-15%) rispetto al calo del 7,7% dell'occupazione industriale del Centro-Nord; il reddito pro-capite è più basso di quello della Grecia; lavora solo un giovane su tre (il 37,9%) e poco più che una giovane donna under 34 su cinque (il 23,6%). Dal 2008 al 2012 sono scomparse decine di migliaia di imprese con un trend che sta creando una vera e propria desertificazione del territorio. Altre vecchie proposte, come la strombazzata Banca del Sud, non sono state realizzate dal governo del PDL, che però, paradossalmente, è alleato con la Lega che propone di lasciare il 75% del gettito delle tasse al Nord e di Tremonti che vorrebbe riesumare la vecchia Cassa del Mezzogiorno.
            Dal suo canto il PD si è limitato a lanciare l'idea di riconoscere agevolazioni fiscali per incentivare l'occupazione femminile, ma nel suo documento ufficiale sottoscritto anche da SEL (Vendola) non si affronta nemmeno, in modo diretto ed in una visione strategica generale, il problema del Mezzogiorno, salvo accennare al reintegro degli ex Fondi Fas ed il ripristino del credito d'imposta per gli investimenti e l'occupazione.
            Scelta Civica, inoltre, ha solo riportato il “Piano Azione Coesione” per salvare le risorse a rischio di inutilizzazione, mentre il Movimento cinque stelle non ha fatto nemmeno un accenno al Mezzogiorno, salvo per quanto l'abbandono del progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Per carità di Patria evito di riportarvi i programmi elettorali degli altri partiti.
            Evidentemente nessun partito o uomo politico ancora è pienamente consapevole che la ripresa e lo sviluppo dell'Italia dipende in massima parte, se non del tutto, dallo sviluppo e dalla crescita del Mezzogiorno e c'è invece chi crede ancora che il mercato liberalizzato possa da solo risolvere la questione meridionale.
            Eppure la crisi che si è abbattuta come uno tsunami sul Meridione d'Italia non sta procurando solo la desertificazione industriale, la chiusura di 20 mila imprese, il crollo dei consumi, ma sta determinando anche una vera e propria emorragia di capitale umano con giovani - e sono quelli più preparati - che vanno via, al Centro-Nord o all'estero (nel solo 2010 ne sono fuggiti 110 mila). Questo significa che se non si porranno al più presto le premesse per invertire questa tendenza nel giro di un paio di generazioni mancheranno al Sud classi dirigenti, quadri e professionalità necessari per ritornare quanto meno alla normalità.
            Ed allora occorrerà sia approntare interventi di emergenza per favorire la ripresa degli investimenti (ad esempio recuperando anche la vecchia legge Sabatini per acquisto macchinari), per incentivare le esportazioni e l'innovazione, per agevolare l'occupazione, per introdurre una fiscalità di vantaggio, per utilizzare quanti più fondi comunitari possibile, sia individuare ed avviare, a medio e lungo termine, una politica industriale, energetica, logistica, che tenga conto delle filiere della cultura, del patrimonio archeologico, artistico ed archivistico, delle bellezze naturali, delle produzioni artigianali ed agricole del territorio, sapendo bene che un itinerario di ripresa passa necessariamente per la predisposizione di un ambiente e di un territorio dove si possa vivere bene e si abbia voglia di restare e lavorare nell'interesse della comunità alla quale si appartiene. Attualmente invece, “resta assai inadeguata al Sud la qualità dei beni pubblici essenziali, come giustizia, istruzione, sanità, nonostante che in molti casi la spesa pubblica pro capite non sia inferiore a quella del Centro Nord”. Inoltre, “Diffusi fenomeni di corruzione e una estesa influenza delle attività criminali in alcune aree ostacolano le relazioni economiche; provocano ricadute rilevanti sulle condizioni di vita dei cittadini e sul funzionamento dell'economia. La fragilità del sistema produttivo e la debolezza delle istituzioni ostacolano l'accesso al credito e accrescono il costo dei finanziamenti.” (Fabio Panetta, Vice Direttore Generale della Banca d'Italia dall'Indirizzo di saluto al Convegno del 2013: “L'industria italiana e meridionale negli anni della crisi”).
            Sono perciò prima di tutto le condizioni della qualità della vita che bisogna migliorare per far sì che le nuove generazioni siano orgogliose di essere nate e di vivere nel Mezzogiorno d'Italia.
            Oggi il Sud è un'area di emergenza, ma è anche il territorio che offre grandi opportunità e notevoli margini di crescita a patto che pubblico e privato sappiano collaborare e che venga applicato il principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale.
Sul serio.

                                                                                              Riccardo PEDRIZZI
                                                                                  info@riccardopedrizzi.it

 

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