Il movimento sindacale tra ribbellismo e riformismo

Giorgio Benvenuto


Il Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861 non comprendeva il Veneto, Roma, Trento e Trieste. Solo alla fine della prima guerra mondiale il 4 novembre 1918 veniva completata l’unità d’Italia. Questo processo si realizzò in un contesto economico e sociale ove era dominante la povertà. La malaria e la pellagra erano malattie molto diffuse, la durata media della vita era bassa, la mortalità infantile molto alta, le condizioni di lavoro, soprattutto in agricoltura, terribili, la valvola di sfogo per tanto tempo era l’emigrazione. La gran parte degli italiani era entrato a far parte di uno Stato che non era ancora una Nazione.
Italia e Patria erano parole prive di significato per i tanti che conoscevano solo il ristretto ambito del proprio comune e parlavano il dialetto. Negli anni che seguirono l’unità d’Italia nel Paese si determinò un ampio movimento organizzativo e associazionistico (società di mutuo soccorso, leghe di resistenza, etc.) per l’affermazione della dignità del lavoro (salari, ambiente, professionalità).
Nel 1874 a Milano si costituì la “Associazione Nazionale Tipografi” come vero e proprio movimento rivendicativo per i lavoratori della categoria. A questa fece seguito la “Federazione Nazionale dei Lavoratori Panettieri”, l’”Associazione dei Lavoratori Cappellai” e numerose altre associazioni di mestiere. In questo quadro si inserì il mondo cattolico che per mantenere i contatti con le masse popolari si ispirò alla coraggiosa e innovativa Enciclica “Rerum Novarum” promulgata nel maggio 1891 da Leone XIII.

L’industrializzazione sempre più massiccia del Paese, le conseguenze dell’espansione economica, la definizione dei salari, degli orari di lavoro, della disciplina in fabbrica, dell’istruzione tecnica e professionale spinsero via via i lavoratori ad organizzarsi sindacalmente.
Così iniziò la lotta sindacale contro lo sfruttamento della mano d’opera  modificando la pratica di contratti di lavoro stipulati solo verbalmente e quindi poco rispettati.

Per anni si determinò un profondo stato di disagio tra le forze del lavoro con forti spinte contestatrici e atteggiamenti ribellistici, con sanguinose repressioni come quella del Generale Pelloux.
Il movimento operaio uscì rafforzato dalle lotte di fine secolo ed iniziò il lungo cammino verso il riformismo.    

Vi fu un periodo di maggiore attenzione con l’avvento della politica liberale della sinistra costituzionale di Zanardelli e Giolitti. La lotta dei lavoratori contribuì all’approvazione di leggi sul lavoro, tra cui la creazione di un Ufficio del Lavoro (legge 29 giugno 1902) che diede l’avvio al “Consiglio Superiore del Lavoro” nel quale, per la prima volta vennero ammesse le rappresentanze dei lavoratori. In quegli stessi anni la stipulazione contrattuale uscì dal campo puramente tariffario; si realizzarono per categorie omogenee vere e proprie forme di contratti collettivi.
Il progredire dell’industrializzazione nel Paese e lo sviluppo di forti concentrazioni industriali, soprattutto nel settore automobilistico (a Torino la Spa, l’Italia, la Fiat) unitamente alle industrie complementari come la Michelin, la Pirelli e numerose altre aziende, segnò l’ascesa economica dell’Italia in tutti i campi. Nacquero importanti federazioni di mestiere come la Federazione Nazionale dei lavoratori della terra, La Federazione Italiana Operai Metalmeccanici e numerosi altri sindacati nazionali di categoria. L’esistenza di tante Federazioni Nazionali di categoria e di Camere del Lavoro (nel 1902 erano diventate 71) rese indispensabile l’attuazione di un organo centrale di coordinamento e di direzione: il 1° novembre del 1902 a Milano si costituì il “Segretariato Nazionale”.
Questa struttura si rivelò presto insufficiente alle nuove esigenze del mondo del lavoro. Sull’esempio della Francia, dove già da qualche anno era sorta la Confederation General du Travail, nacque così la Confederazione Generale del Lavoro (che ebbe la sua prima sede a Torino) “per organizzare e disciplinare la lotta di classe contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro e ciò al di sopra di qualsiasi distinzione politica”.

La CGdL, alla quale si aggiunsero la CIL (organizzazione che raggruppava i lavoratori cattolici) e la UIdL (anarchici e repubblicani), rappresentò un punto di riferimento importante nell’Italia prefascista. Si può dire che il sindacato allora rappresentò nella sinistra sociale l’anima riformista.
Alla fine della seconda guerra mondiale venne ricostituito il sindacato confederale. Era unitario. I suoi fondatori, e tra questi il suo primo segretario generale Bruno Buozzi, vollero introdurre nella denominazione della confederazione il richiamo all’Italia (Confederazione Generale Italiana del Lavoro e non più, come all’inizio del secolo, Confederazione Generale del Lavoro). La Repubblica e la nuova Costituzione erano state conquistate e definite con la lotta e la partecipazione dei lavoratori.

Rimangono ancora degli obiettivi da conseguire: un lavoro adeguato per i giovani e livelli più estesi di partecipazione dei sindacati alla definizione delle politiche economiche nelle aziende e nel Paese.
La storia dei primi centocinquanta anni dell’Italia unita va ricordata e raccontata con le sue luci e le sue ombre. Spetta ora ai giovani fare la storia, rafforzando i valori della solidarietà e della partecipazione.


*Presidente della Fondazione Bruno Buozz

 

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