Con il termine Risorgimento si indica il periodo della storia d’Italia durante il quale la Penisola viene unificata politicamente. Sembra, però, più appropriato distinguere fra l’Unità propriamente detta e il Risorgimento, fenomeno grosso modo culturale, volto a “modernizzare”, cioè modificare profondamente, fino allo snaturamento, l’identità del Paese stratificatasi nel corso di ricche e complesse vicende storiche.
La nazione, infatti, già esisteva come unità culturale da circa un millennio e gli italiani avevano la percezione di appartenere a una comunità abbastanza omogenea, anche se all’interno di confini incerti e talvolta mutevoli.
Alla fine del secolo XVIII il fenomeno dell’Insorgenza, cioè la reazione spontanea all’invasione ideologica, prima che militare, proveniente dalla Francia, fornisce una prova significativa dell’esistenza della nazione, con un suo profilo ben delineato: gli insorgenti, pur appartenendo a Stati differenti, retti da istituzioni diverse e collocati in contesti geoeconomici non uniformi, si oppongono con identiche modalità a un nemico che è tale non solo perché straniero ma anche e soprattutto perché portatore di una concezione del mondo ostile alle tradizioni italiche.
Se all’alba del secolo XIX ragioni di sopravvivenza imponevano il superamento dei “piccoli Stati”, analogamente a quanto era stato realizzato, per fronteggiare situazioni simili, dai confederati elvetici nel Basso Medioevo oppure, nella seconda metà del secolo XVIII, dai coloni anglosassoni in occasione della nascita degli Stati Uniti, questo superamento in Italia sarà attuato in modo da sovvertire la cultura popolare.
L’unificazione - ignorando la proposta federalistica, che assumeva le formazioni pre-unitarie quali referenti obbligati della nuova costruzione politica - finisce con l’essere caratterizzata da gravi prevaricazioni, soprattutto nei confronti della Santa Sede, che deve rinunciare al possesso millenario dei suoi territori, ed è realizzata secondo un modello di Stato accentrato e uniforme.

Nasce dunque una “questione cattolica”, legata non solo alla fine traumatica del principato civile dei Pontefici - condizione necessaria per il libero esercizio della sua autorità spirituale - ma anche al tentativo d’inventare per il nuovo Stato una tradizione del tutto svincolata da quella esistente. Quest’opera di pedagogia politica, di cui sarà protagonista anche Giuseppe Garibaldi con un ruolo poco noto di “rieducatore” popolare, era finalizzata infatti alla costruzione di uno Stato caratterizzato dal relativismo delle idee e delle religioni.
Nasce, inoltre, una “questione federalista”, relativa alla forma di Stato che i primi governi italiani vollero centralista, sulla base del modello rivoluzionario francese, quando invece l’abito istituzionale più adatto per l’Italia avrebbe dovuto essere di carattere federale, nel rispetto delle profonde diversità delle popolazioni e dei rispettivi governi preunitari.
Nasce, infine, una “questione meridionale”, perché l’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie - ridotto a “Mezzogiorno” e diventato oggetto di studio e di analisi da parte di scienziati sociali e di antropologi - ha determinato, prima ancora della spoliazione economica, un processo di alienazione culturale e il progressivo venir meno dei punti di riferimento sociali e istituzionali, che hanno aperto la strada prima alla grande emigrazione transoceanica e quindi allo sviluppo della criminalità organizzata.
In definitiva, la costruzione dell’Italia moderna emargina a lungo i cattolici e ha come prima conseguenza l’estraneità di gran parte della popolazione allo Stato unitario e alla sua ideologia. Inoltre, l’imposizione di un abito istituzionale inadeguato causa al corpo sociale gravi disagi, di cui soffre tuttora, e disperde una parte rilevante delle inestimabili ricchezze culturali della nazione.
*Consigliere parlamentare presso il Senato della Repubblica