In ordine ad una sintetica analisi del bilancio pubblico nei primi decenni a partire dall’unificazione, si può ricordare che la quota della spesa pubblica sul prodotto interno lordo si attestava su valori che oggi sembrerebbero bassi, ma che all’epoca erano abbastanza elevati: dal 13,1 % del 1872 si passa al 16,2% del 1900.
Per alcuni questo sta a significare una “relativamente scarsa importanza quantitativa” dell’attività finanziaria statale , il che non confligge però con la sua “spesso determinante influenza su alcuni elementi della struttura del sistema economico italiano”.
La più elevata incidenza sul pil della spesa pubblica rispetto ai principali paesi europei nell’epoca può comunque trovare giustificazione nel fatto che, essendo il reddito complessivo e pro capite nel nostro paese inferiore, si è in presenza del “tentativo del governo nazionale di dotarsi di strutture e di servizi tendenti alla media europea, pur in condizioni di minori disponibilità di risorse”.
Nel periodo l’andamento della spesa pubblica sul pil assume un andamento oscillante, più elevato nei primi anni successivi all’unificazione proprio per gli oneri del processo di unificazione, più contenuto nei decenni successivi per poi risalire alla fine del secolo. Secondo altre ricostruzioni nel complesso la crescita è costante, con un picco nel 1880 (18,4%) e una riduzione nel 1900 al 16,2%, ma rimane la variabilità all’interno del periodo: con il governo della Destra storica, dopo il boom iniziale per i motivi accennati e su cui si ritornerà a breve, si raggiungono i livelli più bassi (intorno al 13% sul pil del 1872). Il peso degli oneri della costituzione dello Stato unitario, per i primi anni del periodo considerato, è unanimemente considerato come un notevole aggravio, soprattutto in riferimento al servizio per i debiti degli Stati preunitari, che al momento dell’unificazione erano pari a quasi la metà del pil. L’andamento non intollerabile del disavanzo fino alla caduta della Destra storica sembra dovuto più all’incremento delle entrate, favorito anche dal buon ciclo economico, che al contenimento delle spese. Un peso l’ha avuto anche l’impostazione ideologica di quei governi, che facevano del rigore di bilancio uno dei punti fermi della propria politica complessiva. Sempre rimanendo sul versante della spesa, con l’avvento della Sinistra nel 1876 si ha una ripresa dell’incremento del relativo rapporto sul pil, sì da raggiungere in sei anni (1882) il livello del 1866, determinato però dai noti eventi bellici.
Complessivamente nel periodo ci fu disavanzo, con le entrate effettive che nel periodo iniziale riuscivano a coprire più o meno la metà delle spese e una quota intorno al 90% nel periodo fino al 1884, per poi riportarsi su valori inferiori. Il deficit cominciò a crescere nel decennio successivo, anche se non appare facile capire quanto ciò sia dovuto ad un mutamento ideologico, per così dire, e quanto a fattori esogeni, in quanto tali non facilmente controllabili.
Dal punto di vista delle singole componenti della spesa statale, quella legata alla difesa si attesta intorno ad un quarto nel periodo, mentre il 60% circa viene assorbito dall’onere per interessi e dall’amministrazione generale, laddove il servizio del debito è da ricollegare sia alle necessità di coprire i deficit sia al fardello degli Stati preunitari .
Le scelte della Destra storica sono tali comunque da ridurre notevolmente il peso delle spese militari, precipitate dal 35 per cento sul totale nel 1866 in concomitanza con la terza guerra di indipendenza al 13 per cento nel 1873. Per la spesa civile un impulso notevole fu dato dal sottosettore delle amministrazioni locali, pari quasi alla metà, le quali contribuiscono peraltro allo sviluppo della citata componente legata alle opere pubbliche, che raggiunse nel 1888 quasi la misura di ¼ di tutta la spesa civile, a testimonianza di uno sforzo marcato - anche in via comparata - da parte di tutta la mano pubblica per dotare il paese di infrastrutture. Sempre per la spesa civile una citazione particolare la merita anche la spesa per l’istruzione, anch'essa a carico per la metà degli enti locali, che fino alla fine del secolo quasi raddoppia il proprio peso sia come quota sulla spesa statale totale sia come quota sul pil sia come quota sulla spesa totale della pubblica amministrazione sia infine come quota della spesa totale sul pil.
Un cenno infine merita la cosi detta spesa redistributiva, che, nell’ambito di una crescita stabile in tutto il periodo relativo all’Italia liberale, vede un ridimensionamento in termini reali nella fase della Destra storica più che controbilanciato nei periodi successivi, pur nell’ambito di una marcata modestia complessiva come incidenza sul pil, anche rispetto ad altri paesi.
Passando alle entrate, in linea generale va ricordato che quelle tributarie erano nel periodo in questione di gran lunga le più rilevanti, quasi il 90% di quelle effettive complessive. Il carico fiscale rappresentava una quota percentuale sul pil molto bassa, più o meno in media del 10%, con un’oscillazione tra l’8% del 1870 e il 14% alla fine del secolo e con una composizione più o meno costante lungo tutto il periodo considerato: 36% di imposte dirette, 13% di imposte sugli scambi e il restante 51% di imposte sui consumi, il che ha consentito di sollevare perplessità sul piano redistributivo. Vero è però che almeno nei primi dieci anni fu l’imposta sui terreni a rappresentare la voce di gettito principale tra le imposte dirette, anche se successivamente, all’interno del periodo, il suo peso andò via via diminuendo a vantaggio dell’imposta di ricchezza mobile, per ridursi alla fine del secolo intorno al 20% del totale delle “dirette”, rappresentando così il 7% del totale delle entrate tributarie di contro al 18% dell’inizio del periodo. Lo sviluppo maggiore lo ebbe dunque - come già accennato - l’imposta sulla ricchezza mobile, a testimonianza della crescente rilevanza dell’industria. Certo, rimaneva la caratteristica regressiva del sistema dovuta alla elevatezza delle imposte sui consumi e al loro interno della quota dovuta ai dazi.
Nel periodo va registrata peraltro la crisi degli anni ’80, con conseguente caduta delle entrate dovuta anche a modifiche di strutture dell’economia, non solo italiana, con meno scambi interni e maggiori transazioni con l’estero, nonostante l’aumento dei dazi doganali conseguente all’abbandono dell’impostazione libero-scambista. Verso la fine del periodo si hanno accentuate turbolenze politiche, come è noto, dovute anche ad un motivo di carattere fiscale: anche allora il Nord percepiva il carico tributario come eccessivo e quando il ciclo economico non era più favorevole gli effetti della pressione venivano sentiti con maggior forza.
*Direttore Servizio Bilancio
presso il Senato della Repubblica