150anni ed è come se fosse ieri. L’unità d’Italia rivela ancora oggi tutta la sua precarietà. Un Paese fatto di localismi, profondamente spaccato tra Nord e Sud, nonostante tutta la retorica e i buoni sentimenti associati alle parole: “Nazione”, “Riunione”, “Unificazione”. Prima di festeggiare l’unità c’è da battere la dis-unità del Paese e per farlo l’unico strumento è il federalismo.
Soldi sul territorio e istituzioni responsabilizzate. Il modello assistenzialista deve cadere e l’occasione del 150esimo può e deve essere anche un momento propizio per eliminare molti degli stereotipi storici che ancora oggi si prendono per buoni.
Bisognerà iniziare a interrogarsi sulla fattura del Risorgimento, fino ad oggi considerato come un movimento di massa, in realtà frutto dell’attività intellettuale e politica di una minoranza. Gli storici dovranno dirci anche tutta la verità sulla figura di Cavour che non andò mai a Roma in vita sua e che avrebbe preferito uno stato federale composto da Nord, Centro e Sud; sui cosiddetti plebisciti di annessione, ai quali votò, per censo, meno del due per cento della popolazione; su Massimo D’Azeglio che dopo aver detto pubblicamente: «Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani», in privato scriveva: «Unirsi con i napoletani è come giacere con un lebbroso».
Al di là di quanto si legge sui libri di storia e sui sussidiari sui quali - ahimé - studiano i nostri figli e nipoti, l’Italia dei Savoia è stata un disastro politico, culturale ed economico, di cui - ancora oggi - paghiamo le conseguenze.
Un’economia relativamente fiorente come quella del meridione fu piazzata sul groppone dei popoli del Nord, nei confronti dei territori papali furono attuate misure ideologiche, dettate solo dal rigurgito anticlericale dei potenti, costringendo migliaia di persone a cercare fortuna altrove. La Chiesa è stata “sacrificata” all'unità nazionale. Pensiamo ai pamphlet con le “leggende nere” contro “il potere temporale e gli abusi degli ecclesiastici”, all’iniziativa legislativa di Cavour-Rattazzi che presentarono un progetto di legge contro gli ordini mendicanti (francescani e domenicani soprattutto) e contemplativi (monache di clausura) accusati di essere «inutili quindi dannosi». Provvedimento che spogliò più di 57mila membri degli ordini religiosi di case, biblioteche, oggetti di culto, terreni. Centinaia di edifici e opere d'arte di inestimabile valore, più di 2 milioni e mezzo di ettari di terra, furono espropriati. Il tutto in nome «dell'Italia e della libertà». L’unità fu imposta a suon di morti e soprusi. In Meridione lo scontro fra soldati regolari dell’esercito italiano e guerriglieri locali fu senza esclusione di colpi. In dieci anni (dalla proclamazione del Regno d’Italia alla conquista di Roma nel 1870) i morti si contarono a migliaia e vennero compiute nefandezze da far rabbrividire.
Il prezzo della guerra che il Nord aveva unilateralmente dichiarato bisognava pur pagarlo. Il conto, inutile dirlo, toccava al Sud. Vennero colpiti i patrimoni delle famiglie con sistematica rapacità per ricavare denaro ovunque. Venne introdotta la tagliola dell’imposta delle successioni, un subdolo meccanismo per mettere le mani sulle piccole e minuscole proprietà di chi non aveva i soldi per assicurarsi l’eredità. E qui la mente torna ai nostri giorni, all’imposta ripristinata da Prodi nel segno di una continuità centralistica e accentratrice che non conosce fine.
Su temi come la difesa, la moneta unica, i dazi doganali, le misure protezionistiche, l’unità era auspicabile, non era auspicabile il risultato che ne è derivato.
Un conto, infatti, sarebbe stata un’Italia confederata, sulla base dei modelli che avevano in mente: il Papa, Carlo Cattaneo, Vincenzo Gioberti, un conto l’Italia centralista, militarista, anticlericale, giacobina, latifondista dei Savoia.
E che dire di Garibaldi? In pochi sanno che fu un ex schiavista, uomo che senza alcuno scrupolo morale riempiva le stive delle navi di cinesi che dovevano lavorare il “guano”, destinato ad essere utilizzato come fertilizzante. E per conquistarsi l’amore di Anita non andò per il sottile: ammazzò direttamente il marito che gli intralciava la strada.
Diciamo che il principale merito (se così si può definire) di Garibaldi fu quello di convincere gli stati stranieri e molti italiani che il movimento unitario non era un mero strumento di conquiste territoriali dei Savoia. Ci riuscì talmente bene che ancora oggi i libri di storia lo dipingono come un eroe nazionale.
*deputato