Capitalismo finanziario e democrazia

intervista al professore James Galbraith
Perseverare nei valori della cooperazione Cav. Emilio Zanetti

Il Credito Popolare, un modello vincente di banca

Giuseppe De Lucia Lumeno

La politica è stata incapace di coniugare rigore e crescita

Cav. Emilio Zanetti

Senza cambiamenti nelle istituzione europee crescita più lontana
Il Prof. James Galbraith della University of  Texas ha tenuto presso l’Assopopolari una brillante lecture dal titolo “Capitalismo finanziario e Democrazia”. Alla conferenza aperta dall’intervento di Emilio Zanetti presidente dell’Associazione sono intervenuti in qualità di discussant fra gli altri il prof. Sapelli, l’on.le Giancarlo Giorgetti, il presidente  Fausto Bertinotti e l’on.le Alberto Giorgetti.  Galbraith, membro dell’Accademia dei Lincei, è da sempre critico verso le politiche ultra liberiste promosse in campo economico negli ultimi tre decenni negli Stati Uniti a cui attribuisce la responsabilità principale dell’attuale crisi economica e finanziaria. L’ultima sua opera è il volume  “The Predator State” che descrive la crescente influenza del capitalismo sulla democrazia. 

Professore, cosa pensa del momento che sta attraversando il sistema bancario statunitense? Ritiene che il sistema finanziario possa contribuire ad una ripresa dell’economia?
Negli Stati Uniti si rende sempre più necessaria una ristrutturazione del sistema finanziario e delle sue istituzioni. Attualmente c’è un grado troppo elevato di concentrazione nel sistema finanziario e in quello bancario. Non sono molto ottimista sulla possibilità che una ripresa del sistema creditizio, quale si configura oggi, determini automaticamente benefici agli altri settori economici. Attualmente non vedo settori che possano trainare la ripresa dell’economia come in passato. Abbiamo avuto 30 anni fa l’accelerazione del progresso tecnologico e dell’informatica che hanno portato, grazie ad una legislazione favorevole, al progressivo consolidamento del sistema bancario e poi dal 2000 l’espansione del mercato immobiliare con effetti in principio positivi ma che poi, privo di controlli, ha portato alla genesi della crisi odierna. Forse solo dal settore dell’energia possono arrivare nuovi impulsi per la crescita, ma ciò riguarda un orizzonte temporale lungo.

Quale è la sua opinione sulla politica della Federal Reserve?
La Federal Reserve continua ad essere fedele al proprio mandato di sostenere l’occupazione. Questo è importante. Tuttavia, la politica espansiva di quantitative easing finora adottata non ha prodotto sull’economia reale gli effetti sperati. Le banche, infatti, hanno utilizzato ampia parte della liquidità disponibile per aumentare le proprie riserve e stabilizzare i conti, non per fornire un impulso alla ripresa dell’economia. Inoltre, la politica perseguita di un tasso d’interesse pressoché nullo ha portato i depositanti ad una diminuzione del reddito disponibile per l’effetto congiunto della tassazione da un lato e dei minori rendimenti dall’altro.

Professore, lei è già stato ospite di Assopopolari tre anni fa, ritiene che da allora la strategia della speculazione internazionale sia cambiata? E se sì, in che modo?
Ritengo che per la speculazione finanziaria il settore più interessante oggi e in prospettiva sia quello dell’energia e del gas naturale, presente in misura ampia in Nord America. Ciò rappresenta, comunque, ancora qualcosa di ignoto e di non ben decifrabile visto che riguarda un’area nuova su cui la speculazione internazionale potrebbe agire viste le prospettive di crescita di questo settore negli Stati Uniti nei prossimi anni. L’introduzione nel passato degli strumenti derivati ha permesso al sistema finanziario di andare oltre quelli che erano i controlli della regolamentazione attraverso processi innovativi ed il rischio è che, malgrado la crisi, tali comportamenti possano replicarsi su altri settori, come appunto quello energetico, che si ritengono più promettenti in termini speculativi. In questo senso non posso che essere d’accordo con quanto dice Paul Volcker, secondo cui l’ultima vera innovazione finanziaria utile sono stati gli ATM, mentre tutto il resto risulta essere, al contrario, privo di una utilità concreta.

Cosa pensa della politica finora seguita dalla BCE e della situazione dell’economia nell’area euro?
Ciò che risulta più urgente, a mio modesto avviso, è che si producano al più presto dei cambiamenti radicali e profondi all’interno delle istituzioni europee. Modifiche solo nella politica economica non sono sufficienti a garantire una ripresa economica dell’Europa. Le ricette seguite fino adesso su indicazioni della commissione hanno portato soprattutto ad un maggiore impoverimento, ad una crescita dei disoccupati, a tensioni sociali sempre più forti e alla riemersione di tendenze politiche estremiste. Io non so se l’Europa riuscirà a cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Lo spero vivamente, ma è difficile essere ottimisti se si guarda al passato recente e si considerano le politiche finora perseguite. Non bisogna credere che la BCE da sola abbia il potere o sia in grado di riportare la crescita economica nel continente. Come tutte le banche centrali la BCE può influenzare la congiuntura mitigando i cicli e stabilizzando le aspettative degli operatori, ma difficilmente, come dimostra anche il caso della Federal Reserve può riuscire, ad esempio, a creare occupazione.

Quale ruolo può svolgere la Cooperazione Bancaria, secondo lei, nei prossimi mesi?
Tutta la Cooperazione Bancaria ha dato prova durante la crisi di grandi capacità di contrasto e di resistenza, proseguendo nella sua azione di sostegno alle economie locali. Anche le Banche Popolari in Italia hanno ampiamente dimostrato tali qualità continuando a sostenere le famiglie e le piccole e medie imprese. Inoltre, esse si sono dimostrate lontane dai vizi delle principali banche statunitensi che attraverso l’uso spregiudicato dei subprime hanno determinato la crisi attuale. Occorre, comunque vigilare affinché il messaggio del too big to fail, favorendo interventi per gli istituti di maggiori dimensioni, non determini nel sistema bancario una distorsione della concorrenza penalizzando maggiormente le banche che operano sul territorio e che sono restate vicine alle economie regionali.

La redazione

 

         

 

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