La potente lobby dei guru dell'ecologia

Vincenzo Pacifici
Un ambientalismo mai diventato adulto Vincenzo Pepe
Essere custodi del creato senza catastrofismi Giuseppe Brienza

Le contraddizioni dei talebani dell'ambiente

Alessandra De Lucia Lumeno

Da decenni purtroppo l’opinione pubblica viene bombardata e colpita dalle perorazioni indiscutibili ed inoppugnabili dei guru ambientalisti e dei pontefici dell’ecologia, loro colleghi scientificamente  più dotati. Molti, tanti, troppi dei cittadini rimangono conquistati e non reagiscono alle concioni velleitarie, camuffate come verità inappellabili, spesso unilaterali e quindi acritiche e faziose.
            Roboanti polemiche, anzi crociate, sono state condotte contro il nucleare mentre il silenzio più profondo, per molti equivoco, circonda lo sfruttamento nelle svariate versioni del petrolio, di cui sono celati sia i danni inquinanti quanto i rischi sulla salute. Emblematiche ed eloquenti sono le argomentazioni recate per sabotare la crescita nella utilizzazione dell’energia eolica: le pale di produzione deturpano irreparabilmente l’ambiente.  
            Pare che la necessità di una tutela della salute collettiva e delle aree in cui si vive e si opera sia scoperta e patrimonio intangibile di qualche gruppo di pensiero, subito trasformato, con gli agi e i vantaggi conosciuti, in corrente politica. E la loro battaglia non ha soluzione di continuità, diviene una fede laica chiusa e manichea, sempre pronta a aprire nuovi fronti grazie all’insipienza dei governanti e degli amministratori locali e alla fertile fantasia dei profeti e delle profetesse del verde.
            Questi depositari del dogma ambientale, però, vengono colti da amnesie strane ed inspiegabili nel momento in cui catastrofiche alluvioni, come quelle verificatesi negli ultimi anni in Liguria ed in Toscana, palesano le incongruenze, gli errori e le omissioni nella tutela del territorio commessi da correnti politiche egemoni nei Comuni e nelle Province da oltre o circa 60 anni e nelle Regioni da oltre 40 anni.
            Altre volte invece, e mi riferisco per la pienezza informativa posseduta ad una vicenda verificatasi nella mia città, Tivoli, la denunzia dell’enormità (circa 200 mila metri di cemento progettati a ridosso della Villa Adriana, monumento inserito nel patrimonio mondiale Unesco), autorizzata da una Giunta omogenea nel colore a quello dei sedicenti «tutori», risulta flebile, debole e svogliata.
            Eppure la realtà è diversa, soprattutto perché troppo a lungo sono state dimenticate e sottaciute iniziative, preoccupate ed attente agli stessi temi su cui è nato e cresciuto un professionismo egocentrico. Per brevità si offre un campione ridotto, inteso come prova di un’attenzione e di una sensibilità remote e principalmente non strumentali.
            Il 23 agosto 1863, al termine della salita inaugurale al Monviso, Quintino Sella, Giovanni Barracco, Paolo e Giacinto di Saint Robert, «vide e vollero» il Club Alpino Italiano. Lo statista piemontese, più volte ministro delle Finanze, ne racchiude le ragioni, lo spirito e gli obiettivi in questa lettera programmatica al suo amico Bartolomeo Gastaldi, assai poco nota ma del tutto consapevole delle potenzialità del campo e culturalmente e socialmente : «A Londra si è fatto un Club Alpino, cioè di persone che spendono qualche settimana dell’anno nel salire le Alpi, le nostre Alpi! I vi si hanno tutti i libri e le memorie desiderabili […]; ivi si conviene per parlare della bellezza incomparabile dei nostri monti e per ragionare sulle osservazioni scientifiche che furono fatte o sono a farsi; ivi chi men sa di botanica, di geologia, di zoologia porta i fiori, le roccie o gl’insetti, che attrassero la sua attenzione […]; ivi si ha un potentissimo incentivo non sol al tentare nuove salite, al superare difficoltà non ancora vinte, ma all’osservare quei fatti di cui la scienza ancora difetti […]. Anche a Vienna si è fatto un Alpenverein […] Ora non si potrebbe fare alcunché di simile da noi?».   
            Nel 1867, poi, è non davvero la prima occasione, viene varato un Regio decreto di approvazione sulla risicoltura, in cui, tra le altre disposizioni, si stabilisce che «i terreni coltivati dovranno, per cura dei loro proprietari, essere muniti degli occorrenti fossi di scolo nei quali scorrano liberamente le acque fino alla loro immissione nei canali di loro esportazione» e che «le erbe sarchiate nel terreno delle risaie dovranno essere trasportate in terreno asciutto e deposte in modo da evitarne la putrefazione».
            Il ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, nel 1898 istituisce, celebrandola il 21 novembre alla presenza di circa 50 mila persone, tra cui 11 mila studenti, la «Festa degli alberi». Il 1986, anno in cui sarà creato dal governo Craxi, è lontano circa un secolo ma alla luce della circolare istitutiva i temi, di cui i guru della natura rivendicano oggi la scoperta, non appaiono, se onestamente affrontati, originali e innovativi.
            «La sapienza degli antichi padri - sottolinea Baccelli - dichiarava sacre le selve: la esecrabile sete dell’oro presso noi le distrusse … Le selve sono salute e ricchezza; sono filtri stupendi e centri di produzione ossigenica, anzi di ossigeno elettrizzato, che è tra le più poderose difese contro gli invisibili organismi malefici. Tutelano il clima, equilibrano la temperatura, disciplinano le correnti dell’aria, equilibrano la temperatura; disciplinano le correnti dell’aria: provvedono alle condizioni igrometriche del sottosuolo; proteggono i colli nella loro coesione; difendono le praterie; conservano le acque […]. Noi deploriamo oggi la frequenza delle inondazioni; e se potessimo volgere a beneficio del rimboschimento sulle Alpi e sugli  Appennini il denaro che ogni anno si disperde per riparare ai dilagamenti dei nostri fiumi, specialmente del Po, ed alle alluvioni del Mezzogiorno, i grandissimi danni che dobbiamo lamentare, sarebbero immensamente ridotti di numero e di quantità».
            Uno spazio a parte merita il Corpo forestale dello Stato, che di legge in legge, la prima risale addirittura al 15 ottobre 1822, la seconda al 15 dicembre 1833, la terza al 20 giugno 1877 e la quarta al 2 giugno 1910, trova il suo culmine nel R.D. n. 3267 del 30 dicembre 1923, che costituisce il primo, vero ed adeguato strumento normativo di tutela del territorio rurale e montano, attraverso la previsione del vincolo idrogeologico, la regolamentazione dell’utilizzo dei boschi e dei pascoli, ed il controllo dei dissodamenti e dei movimenti dei terreni, il tutto in una prospettiva logica e lucida, tale da non fermare per un anacronismo senso bucolico il progresso, sinonimo di benessere sociale.
            Al 1926 risale l’istituzione della Milizia Nazionale Forestale e al 1927 dell’Azienda delle foreste demaniali (regio decreto legge 27 febbraio 1927, n. 324), creata allo scopo di conservare, ampliare e migliorare il patrimonio boschivo.
            Nel 1922 viene aperto il Parco Nazionale del Gran Paradiso con l’obiettivo di proteggere e salvaguardare la fauna, la flora ed il paesaggio in una delle più splendide zone alpine. E’ realizzato dal neonato regime e sarà seguito nel 1923 dal Parco Nazionale d’Abruzzo, nel 1933 da quello del Circeo e nel 1934 da quello dello Stelvio. La serie è lunga ed articolata e dimostra una attenzione ed una preoccupazione misconosciute ed ignorate nel nome e nel segno di una irritante faziosità politica.
            Il Papa Francesco, il giorno del suo insediamento, sulla lezione dei suoi predecessori, ha esortato a curare «la vita, la famiglia, la natura». E’ una missione nel suo triplice aspetto, affascinante quanto pesante, che è nostra, ma non di altri.

Vincenzo Pacifici

         

 

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