Un ambientalismo mai diventato adulto

Vincenzo Pepe
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Le contraddizioni dei talebani dell'ambiente

Alessandra De Lucia Lumeno

La scomparsa degli ambientalisti dalla scena politica italiana mi fa riflettere. E’ solo frutto di una diffusa insensibilità di molte forze politiche o piuttosto dell'immaturità di un ambientalismo che pur essendo entrato in politica, non è mai diventato adulto? La politica degli ambientalisti italiani è stata solo quella di dire “no” a tutto o proponendo soluzioni fantasiose e tecnicamente irrealizzabili. Dopo la campagna antinuclearista, fu la volta delle vie di comunicazione. Poi fu la volta dei rifiuti, solo a Napoli non si potevano fare i termovalorizzatori, i Verdi e gli ambientalisti in genere si battevano per il “rifiuto zero” e il risultato si è visto. Cumuli di immondizia fino ai primi piani dei palazzi e la foto della capitale del mezzogiorno su tutte le copertine dei magazine del mondo mentre i napoletani pagavano la tassa sui rifiuti più alta d’Europa. A seguire la questione della Tav. Gli ambientalisti francesi la vogliono fortemente, quelli italiani la combattono ferocemente, preferendo di fatto il traffico su gomma. Insomma un ambientalismo, quello tradizionale italiano, che è stato “inquinato” da movimenti di estrema sinistra che alla fine degli anni 80 con la caduta della cortina di ferro e del muro di Berlino hanno trovato nell'ambientalismo un nuovo argomento per combattere lo sviluppo e il benessere dell'odiato mondo capitalista. Esso non ha saputo proporre modelli di sviluppo sostenibili ma ha sempre e solo denunciato i pericoli veri o presunti di una società industriale. Da qui spiegata la reticenza dei grandi partiti a candidare ambientalisti, visti come la spina nel fianco, come i contestatori, come i predicatori del ritorno all'età della pietra, dell'abbandono della società industriale poiché essa inquina. Ma essere politici, significa essere anche responsabili, maturi, saper dare risposte ai cittadini. Chiudere un grande sito industriale come l'Ilva di Taranto, non significa salvaguardare l'ambiente, significa in primis mettere sul lastrico decine di migliaia di famiglie e dare un ennesimo colpo al sistema industriale nazionale, salvo poi rischiare una nuova Bagnoli, dopo che la chiusura dell'ex Ilva ed ex Italsider di Napoli, ha lasciato un'area degradata, inquinata e mai risanata a cielo aperto e a vista mare. Così come non fare una strada o non allargarla per motivi ideologici non significa contribuire a salvaguardare il pianeta, significa piuttosto creare disagi ai cittadini e più spreco di carburante a causa del traffico, o favorire più incidenti stradali nel caso di vie strette. Mi riferisco per esempio alle due strade statali che da Roma salgono in Toscana o scendono nell'agro pontino (Aurelia e Pontina). Insomma il termine ambientalista in Italia è sinonimo di contestatore per eccellenza. Ecco il motivo per cui insieme con molti miei colleghi accademici, alcuni anni or sono, decidemmo di dar vita a un movimento che non si limitasse a dire “No”, perché non è nemmeno tanto difficile dirlo, ma che proponesse seri e sostenibili modelli di sviluppo. Siamo contro gli idrocarburi, ma non per questo proponiamo di andare tutti a piedi o usare solo bici, proponiamo più mezzi pubblici, e ci siamo adoperati per far approvare una legge che promuovesse e finanziasse le auto elettriche. E ci siamo riusciti. Un ambientalismo, il nostro, europeo, antropocentrico, che pone l'uomo al centro dell'ecosistema per una buona qualità della vita. Già, una buona qualità della vita, perché la domanda che ci poniamo sempre è quale sia il rischio minore per una buona qualità della vita. Dire “No” è troppo facile, dare risposte valide e sostenibili un po' meno. Ed ecco perché oggi nessuno vuole (ahimé) ambientalisti “rompiscatole” nel proprio schieramento, con grave danno per la politica italiana.
Vincenzo Pepe

Presidente nazionale FAREAMBIENTE

 

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