Essere custodi del creato senza catastrofismi

Il realismo cristiano smonta paure irrazionali e progetti folli

Giuseppe Brienza
La potente lobby dei guru dell'ecologia Vincenzo Pacifici
Un ambientalismo mai diventato adulto Vincenzo Pepe

Le contraddizioni dei talebani dell'ambiente

Alessandra De Lucia Lumeno

Negli ultimi decenni si sono moltiplicati, a cura di organi ed Agenzie dell’ONU, progetti, summit e ben finanziate (soprattutto dalla Banca Mondiale) azioni “per salvare il pianeta” da una serie di catastrofi naturali, tutte giudicate imminenti. Si tratta innanzitutto di un business, che favorisce sempre le stesse Ong, le quali promettono rimedi contro il riscaldamento globale, l’effetto serra, l’esaurimento delle risorse naturali, in una parola, contro il degrado ambientale planetario irrevocabile se non si corre prontamente ai ripari.
            In nome di questo catastrofismo ambientalista vengono quindi stanziate ingenti somme che gravano sulla comunità internazionale nel suo complesso, in particolare sul bilancio dello Stato italiano che, come noto, è fra i maggiori finanziatori del sistema dell’ONU.
            La domanda però è: quali sono finora i risultati di questi progetti e finanziamenti?
            Cominciamo col dire che il presupposto giustificativo delle varie azioni volte, ad esempio, a limitare i danni derivanti dal riscaldamento globale (global warming), è tutt’altro che pacifico. In primo luogo perché questi piani non tengono conto della imprevedibilità delle temperature future. Se continuiamo a moltiplicare gli sforzi per combattere l’aumento della temperatura sulla terra, investendo a tal fine ogni risorsa disponibile come chiedono a gran voce le organizzazioni ambientaliste e i capi di Stato di non pochi paesi poveri, rischiamo insomma di trovarci del tutto impreparati ad una situazione possibile per la quale il riscaldamento temuto non si verifichi oppure continuino ad alternarsi periodi in cui le temperature aumentano e periodi in cui diminuiscono, come è accaduto nei secoli passati.
            Uno studioso purtroppo poco ascoltato al Palazzo di vetro di New York, il danese Bjorn Lomborg, che dirige il Centro studi Copenhagen Consensus Center ed insegna alla Copenhagen Business School, afferma ad esempio che il pericolo maggiore del clima non è il riscaldamento, bensì la glaciazione. Insomma, a suo avviso il freddo ha sempre fatto assai più vittime del caldo. Se continuiamo quindi ad attrezzarci esclusivamente contro il global warming, nel caso dovessimo far fronte ad una molto meno improbabile piccola glaciazione, che ne sarebbe delle grandi metropoli che sono sprovviste di risorse sufficienti per lottare contro il freddo per aver speso tutto al fine di evitare il surriscaldamento?
            Il libro di Lomborg Stiamo freschi (Mondadori, Milano 2008) documenta in maniera piuttosto convincente che è impossibile all’uomo, anche a quello iper-tecnologico di oggi, sapere che tempo farà tra dieci o cento anni. La presunzione di poter prevedere anche a lungo termine la meteorologia terrestre, insieme alla pretesa di predisporre i conseguenti adattamenti ritenuti necessari, potrebbe risultare, avverte lo studioso danese, troppo cara anche per civiltà ricca e scientificamente avanzata come la nostra.
            Lomborg si dice certo che il processo di riscaldamento del pianeta è da attribuirsi alle attività umane. E’, insomma, di origine antropica. Per questo il ragionamento che va applicato sull’argomento, ed in realtà all’insieme dei problemi legati al clima, deve essere completamente rovesciato rispetto all’ottica del catastrofismo ambientalista. Se si vogliono trovare soluzioni semplici, intelligenti ed efficaci è quindi indispensabile puntare all’obiettivo primario del miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente, compromessi oggi soprattutto da fame, povertà e malattie. E’ quindi imprudente concentrare troppe risorse nel tentativo di ridurre i gas serra a scapito della lotta al sottosviluppo e alle sue catastrofiche conseguenze sulla vita umana.
            Naturalmente chi considera l’umanità più o meno alla stregua di un “cancro del pianeta” o di un virus, penserà che combattere fame, povertà e malattie comporta un aumento delle attività inquinanti e che l’incremento demografico risultante da quelle attività, in caso avessero successo, non farà che peggiorare le prospettive. Ma se bisogna superare quella «concezione prometeica» dell’umanità denunciata anche da Benedetto XVI nella sua ultima enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), che porta l’uomo a non volersi più riconoscere come creatura di Dio, non bisogna neanche arrivare al risultato opposto di considerarlo in termini univocamente pessimistici, come cioè di un distruttore sempre e comunque nocivo al Creato. In questo senso, ha spiegato Papa Ratzinger, anche la tecnica si inserisce nel mandato di «coltivare e custodire» quella terra che, Dio stesso, insegna la Bibbia (cfr. Genesi 2,15), ha consegnato all’uomo (Caritas in veritate, cap. 6: Lo sviluppo dei popoli e la tecnica, nn. 68-77).
            L’umanità insomma, riprendendo conclusivamente il discorso di Lomborg, è stata finora capace di adattarsi all’ambiente e di metterne a frutto le risorse, affrontando i problemi ecologici man mano che gli si sono presentati. I risultati sono stati sempre soddisfacenti anche grazie ai crescenti progressi tecnologici dell’Occidente. L’uomo del XXI secolo può ancora riuscire a farsi “custode” del Creato, ma a condizione di non lasciarsi accecare da ideologie o deliri di onnipotenza che vorrebbero attribuire alla famiglia umana nel suo complesso la colpa di ogni catastrofe ecologica. O, all’opposto, come abbiamo detto rivendicare all’uomo un potere prometeico di cui non dispone oggi né, per fortuna, potrà disporre mai anche in un lontano futuro.

Giuseppe Brienza

 

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