Le contraddizioni dei talebani dell'ambiente

Nessuno studio scientifico dietro le teorie ambientaliste

Alessandra De Lucia Lumeno
La potente lobby dei guru dell'ecologia Vincenzo Pacifici
Un ambientalismo mai diventato adulto Vincenzo Pepe
Essere custodi del creato senza catastrofismi Giuseppe Brienza

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Patrick Moore nel 1971 contribuì a fondare Greenpeace. Da allora l’ambientalista ha vissuto molte esperienze diverse e ha cambiato molte idee. Ma di un fatto resta convinto: la sostenibilità deve essere al centro delle politiche di sviluppo mondiali. Autore del libro “L'ambientalista ragionevole. Confessioni di un fuoriuscito da Greenpeace”, Moore abbandonò l'associazione nel 1986, non condividendo le posizioni, a suo dire estremiste, assunte dalla dirigenza. 
A cominciare dal deciso rifiuto dell'energia nucleare. «Nessuno - ha osservato - ha mai avuto danni da combustibile nucleare esaurito». 
Anche sul cambiamento climatico, l'ex attivista di Greenpeace ha le idee chiare: l'ambientalismo mondiale ha esagerato nei toni allarmistici, alimentando un movimento «anti-umano e contrario all'industrializzazione», e tralasciando i lati positivi dello scioglimento dei ghiacci, come la creazione di nuove aree coltivabili. Come se non bastasse, infine, si è recentemente espresso a favore degli organismi geneticamente modificati (OGM).
L'attivismo ambientale, che pur ha ottenuto grande successo nel corso degli anni e ha contribuito a creare la consapevolezza tra il pubblico sulla tutela dell'ambiente, non è stato sufficiente ad evitare le catastrofi ambientali di questi anni, l’insostenibilità economica, la disgregazione sociale e il fallimento di tutte le ideologie tradizionali di fronte ai problemi del mondo contemporaneo. Si rende necessaria, quindi, una ponderata rivisitazione sul come, dove e perché dell’azione dell’uomo nei confronti della natura e dello stesso concetto di sostenibilità ambientale. Se è vero che la responsabilità dell'essere umano non sta solo nell'evitare i disastri naturali, che in molti casi non possono essere evitati, ma anche nell’opportuna ed efficace manutenzione del territorio per schivarne il più possibile gli effetti, c’è bisogno di superare primitive visioni di conservazionismo e protezionismo ambientale e avere il coraggio di modificare le idee-forza e le scale di valori.


Moore parla di ambientalismo ragionevole, ma si potrebbe anche discuterne in termini di ambientalismo positivo che parta dalla ricerca per offrire possibili soluzioni, anche politiche. Questo avvio sarà utile anche a ricomporre bene l'incompatibile dialettica tra ecologisti “realisti”, che sono manchevoli della sostanza motivazionale dell'azione politica, così come i “fondamentalisti”, il cui limite è uguale e contrario: tendere emotivamente alla palingenesi senza senso della realtà. Spesso, infatti, si ritrovano nelle teorie e nelle battaglie ambientaliste programmi ostili alla scienza, all’economia e in ultima analisi all’umanità, diventando sempre più irragionevoli e antiscientifici. Nel momento in cui le contraddizioni ambientali assumono importanza centrale nelle scelte verso le quali si deve orientare la società umana, si deve ritenere indispensabile stabilire una credibile base di conoscenze metodologiche.
Pochi giorni fa sul Corriere della Sera, Antonio Pascale, giornalista e scrittore, analizzando il fenomeno e le sue frequenti contraddizioni afferma che «con questo culto dell’ambiente non andremo lontano: tante illusioni, poche concretezze. C’è da sperare che le nuove generazioni siano più coraggiose, cambino forma comunicativa e si prendano la briga di inserire nella narrazione il metodo scientifico cioè l’analisi». Rischia, quindi, di diventare un fenomeno che si tramuta in business, che diventa moda.
Emerge un triste fenomeno: si è spesso in balia di un sistema di informazione che vive di paure che riesce a generare e a pompare in chi legge o ascolta, sempre più lontano dal poter verificare le informazioni che vengono ossessivamente riproposte. Antonio Gaspari, Presidente dei Cristiani per l’Ambiente (CpA) e autore del libro “Che tempo farà…Falsi allarmismi e menzogne sul clima”, sottolinea come « i problemi possono diventare risorse se si fa riferimento all’ “ecologia umana” indicata dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI come “la grammatica per garantire il diritto delle persone, della famiglia e dello sviluppo”. Importante è pertanto rendersi conto che al centro c’è l’uomo. Nelle Sacre Scritture emergono due affermazioni fondamentali: l’essere umano è chiamato da una parte a custodire e dall’altra a coltivare la terra. Questo significa che è inaccettabile uno sfruttamento dissennato delle risorse dell’ambiente, ma contemporaneamente che la terra è un dono dato da Dio affinché la si coltivi al meglio delle proprie possibilità. Giovanni Paolo II anni fa in occasione del Simposio su “La scienza nel contesto della cultura umana” promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dal Pontificio Consiglio per la cultura, espresse con decisione la necessità di «vegliare affinché il progresso scientifico e tutto ciò che vi sta attorno e vi riguarda sia veramente al servizio dell’uomo e non ne faccia un assistito, incapace di badare a se stesso. Possano le scoperte aiutarlo a fare pieno uso delle proprie facoltà di creatività, di intelligenza, di conoscenza del mondo e di solidarietà. Lavorate ad un mondo veramente umano». Serve, quindi, non la voglia di apparire con battaglie inutili, vuote di senso o di base scientifica, non il fare lotte tanto per farle, ma occorrono forza etica, capacità di riflessione, studio se si ha la radicata intenzione di tracciare percorsi migliori per l’avvenire della specie umana immersa nell’ambiente che la circonda.

Alessandra De Lucia Lumeno

         

 

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