La guerra per la lingua Italiana

Cristiana Muscardini

Non di guerra, si tratta, ma di una corretta reazione ad una scelta della Commissione europea nell’applicazione del regime linguistico. Si tratta di un ricorso - annuncia il ministro Ronchi - collegato all’interpretazione del Regolamento 1/58, il cui art. 6 precisa che “le istituzioni possono determinare le modalità di applicazione nei loro regolamenti interni”.
La Commissione ha scelto di utilizzare solo inglese, francese e tedesco, nella procedure interne, comprese le prove per i concorsi generali. Da alcuni anni si è creata una situazione surreale per la lingua italiana, una delle lingue ufficiali. Nonostante l’Italia sia Paese fondatore delle Comunità europee e si faccia ancora riferimento allo spirito e alla lettera dei trattati di Roma, nonostante il trattato di Lisbona riconosca le diversità degli Stati membri: “uniti nella differenza”, di fatto, a partire dal 2002/2003, la lingua italiana è sparita dalle riunioni di lavoro, dalle conferenze stampa dei Commissari, dall’attività interna dei gruppi politici.

Non possiamo neppure accettare quanto avviene nel gruppo popolare europeo che dall’inizio di questa legislatura fornisce ai suoi deputati i documenti solo in inglese, nonostante i molti mezzi economici di cui dispone da parte del Parlamento che consentono ampiamente la traduzione nelle lingue nazionali dei deputati del gruppo. Il problema è particolarmente delicato per le liste di voto, un errore di interpretazione può portare a un voto sbagliato! Ho più volte protestato e credo ormai necessaria una iniziativa più forte.
Come ho dichiarato in una riunione del PPE davanti al Presidente del Parlamento europeo, se non sarà risolto il problema della traduzione mi asterrò da tutte le votazioni in aula per protestare contro quello che è un vero e proprio sopruso.
Se l’Italia non è rispettata adeguatamente la colpa non è solo degli altri: ci sono responsabilità vecchie e nuove, pochi politici italiani si sono fatti carico di questo problema, tra questi Tajani e Frattini.

Ogni deputato, in aula, può esprimersi nella propria lingua e ricevere l’interpretazione; ogni documento ufficiale è tradotto e distribuito nelle 23 lingue, ma non sempre in tempo utile per prepararsi al dibattito in commissione e alla presentazione o al voto di emendamenti. Ci lasciano perplessi le affermazioni della Commissione che nella comunicazione “Multilinguismo: una risorsa per l’Europa e un impegno comune” indica come obiettivo principale la sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti del valore e dei vantaggi della diversità linguistica dell’Unione europea.

La situazione ci sembra insopportabile proprio a proposito delle prove dei concorsi generali per il personale. La visione tecnocratica, più che liberale, di Carlo Lattieri espressa sul “Giornale” del 7 aprile, non ci convince. La perfetta conoscenza dell’inglese può essere valida una volta che si è entrati, per merito, nell’amministrazione delle istituzioni, ma non come criterio per accedervi.
E’ evidente che il candidato francese, inglese e tedesco sarà avvantaggiato nella sua capacità espressiva, possedendo appieno lo strumento di comunicazione che è la sua lingua materna. Ma è indubbio che parte con un vantaggio che il candidato italiano o spagnolo non ha, anche se ha studiato l’inglese.
Ben venga la vivace reazione della politica e dei media, ma dov’erano quando nel 2003 cominciai a sollevare questo problema, con interrogazioni scritte alla Commissione europea, proprio sulla questione delle lingue di lavoro che escludevano l’italiano? Continuai nel 2004 e nel 2005 contro la soppressione della sezione linguistica italiana in alcune “Scuole europee” e a favore della tutela della nostra lingua nelle conferenze stampa della Commissione. Ripresi il tema nel 2006 per denunciare che il trilinguismo (inglese, francese e tedesco) non era suffragato da alcuna base giuridica e che l’assenza dell’italiano nei bandi di concorso assomigliava molto ad una discriminazione. “Un popolo di 60 milioni d’abitanti - affermavo - non è disposto a subire l’accantonamento della propria lingua”.
Scrissi anche al governo, perché si impegnasse seriamente presso l’UE a favore della tutela della culture nazionali in seno alle istituzioni europee e più in generale, della salvaguardia e promozione della nostra lingua nei Paesi dell’Unione e nel mondo.
La difesa della lingua rientra nella tutela della nostra dignità nazionale e della nostra cultura.
L’italiano - dichiaravo - è qualcosa di più e di meglio di un semplice e meccanico strumento di comunicazione e l’Italia, per la storia della sua cultura e per quel che ha rappresentato nel mondo, oltre che per essere stata all’origine delle Comunità europee, non deve essere trattata in seno all’Unione come un parente povero. Ciò non vuol dire innalzare lodi al protezionismo linguistico, ma semplicemente rispettarci per quello che siamo, senza sottostare a imposizioni egemoniche che la dicono lunga sul potere all’interno del mondo globalizzato.
Nessun giornale, ad esclusione del Corriere delle Sera con una nota di Ivo Caizzi, fece menzione di queste reazioni iniziate nel 2003 a tutela dell’italiano. Nessun politico riprese la questione a livello nazionale. Ben venga ora la reazione del ministro, al quale auguro di vincere il ricorso e nel frattempo rivolgo un invito a tutti gli italiani presenti nelle Istituzione europee ad usare sempre ed esclusivamente l’italiano come segnale inequivocabile della nostre comune volontà di essere europei a pieno titolo.


*Europarlamentare

 

 

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