La burocrazia europea sarà solamente inglese, francese e tedesca

Giandomenico Tanza

Ci risiamo. Un’altra bella pensata: i concorsi di selezione del personale delle istituzioni europee avverranno nelle tre lingue “privilegiate” (inglese, francese e tedesco) già a partire dalla compilazione della domanda che può essere inoltrata solamente in uno di questi idiomi con buona pace degli altri paesi componenti l’Unione Europea.
Il rischio evidente è che i posti a concorso vengano assegnati sempre più, anzi di fatto in esclusiva, a francofoni, germanofoni e anglofoni. Alla faccia del principio di pari dignità di tutte le lingue europee. Si potrà eccepire che, in effetti, l’inglese è oramai la lingua internazionale per eccellenza e quella più parlata nelle stanze della UE, che il francese è utilizzato da larga parte della popolazione belga ospitante, che la Germania è la locomotiva economica del vecchio continente, che lo spagnolo (una delle lingue più parlate del mondo) ha subito uno smacco forse maggiore delle altre lingue. Però è indubbio che ci sia sempre qualcosa a porre una distanza enorme tra le istituzioni europee e i cittadini.
L’Europa che vuole legiferare sulla lunghezza massima delle zucchine, che voleva mettere fuorilegge la pizza cotta nei forni a legna, che impone direttive incomprensibili trova, sempre e comunque, il modo per trasformarsi in corpo estraneo rispetto al consesso degli stati che la compongono. E forse non è un caso. Sin dalle origini infatti, fra la visione del generale De Gaulle, fautore di una “Europa delle patrie”, e quella di Jean Monnet, fiduciario dei poteri forti e della finanza apolide, prevalse quella di quest’ultimo anche nella stesura del “Trattato di Roma” del 25 marzo del 1957.
Due anni prima Monnet aveva fondato il Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa. Come scrive Marco Dolcetta nel saggio Politica Occulta (Castelvecchi editore) “una forza intellettuale federativa, scrissero gli adulatori. Più precisamente, il centro d’una rete d’influenza che penetrava le strutture nazionali e aveva il potere di aprire o chiudere le carriere nella CEE”. Un’ Europa quindi dei poteri forti al di sopra  dei governi, un’Europa gestita dai tecnocrati e dai burocrati nell’interesse, sostanzialmente, dei grandi interessi capitalistici privati e delle multinazionali.
Un’Europa così come la voleva il CFR (Council of Forein Relations) già nel 1939, in uno studio in cui evidenziava che se la Germania avesse occupato la Russia si sarebbe creato un soggetto economico autosufficiente cui gli Stati Uniti d’America non avrebbero più potuto vendere nulla. E infatti, pur con i correttivi apportati nel corso del tempo, quella politica non è poi tanto cambiata. L’aver infatti favorito, in questi ultimi anni, l’inclusione nella UE di paesi un tempo nell’orbita dell’ex Unione Sovietica (e quindi memori della politica imperialista russa antecedente al crollo del muro di Berlino) è in linea con il vecchio progetto di costruire un fossato artificiale fra Europa e Russia.
Queste giovani democrazie arancioni filo-USA, inglobate forse con eccessiva fretta nella UE, sono, per riflesso condizionato, propense a ostacolare i rapporti Europa-Russia. Rapporti e legami che sono invece naturali, basti pensare alla rete di oleodotti e gasdotti tra Russia ed Europa che presuppongono intese e accordi duraturi basati sulla reciproca convenienza. Ma, passando ad argomenti più aderenti alla realtà quotidiana, la cosa che rende veramente incolmabile la distanza fra cittadini e istituzioni europee è la mancanza di trasparenza sulle decisioni che vengono assunte e che si trasformano in direttive che i singoli paesi componenti sono chiamati a recepire.
Mancanza di trasparenza persino nelle questioni che dovrebbero (teoricamente) essere di pubblico dominio. Una fondazione inglese, Open Europe (nome che  evidentemente riflette un auspicio) nel 2008 ha denunciato che, a quella data, erano circa 170 mila tra impiegati e superburocrati coloro che, a vario titolo, lavoravano nelle istituzioni della UE. Un vero e proprio esercito di eurocrati variamente contrattualizzati (dai superprivilegiati economicamente ai contratti a termine o a progetto). Un numero doppio rispetto a quello dell’esercito di sua maestà britannica e che smentiva i dati ufficiali forniti secondo cui l’intero apparato funzionava con 32 mila dipendenti.
Difficile a questo punto capire dove sia la verità, ma un dato è comunque inquietante. Se veramente sono “solo” 32 mila i pubblici impiegati permanenti che lavorano nella Commissione questi, evidentemente, subiscono un vero e proprio assedio da parte di gruppi di pressione (lobbies) che esercitano una inquietante influenza  al potere legislativo ed esecutivo che non può non danneggiare l’interesse generale. Di fatto l’unico interesse legittimo che non ha una sua lobby a sostenerlo è quello del cittadino comune, che, a questo punto, potrebbe meglio definirsi suddito privato com’è della possibilità di comprendere le decisioni che determinano poi la sua esistenza quotidiana. Infatti un simile apparato, non eletto da nessuno, non viene chiamato a rendere conto ai cittadini pur influenzando tutto, dal prezzo delle bollette alla gestione del servizio sanitario nazionale fino ad arrivare all’imposizione degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati).
Infine una notizia recente che non ha avuto la risonanza che certamente meritava: un inspiegabile ed inspiegato decreto eurocratico prevede (entro il 2012) l’abolizione delle polizie militari nei paesi europei. La Gendarmerie per la Francia, la Guardia Civil per la Spagna, la Guardia Nacional per il Portogallo e l’Arma dei Carabinieri per l’Italia. Questo non significa che i carabinieri passeranno alla Polizia di Stato ma che una parte dell’Arma manterrà le funzioni di polizia militare non più al servizio dell’Italia ma come corpo d’intervento sovranazionale. Riecheggiano le parole del noto mondialista David Rockefeller in una riunione del Gruppo Bildelberg nel giugno del ‘91:”…La sovranità sovranazionale di un elite intellettuale e dei banchieri mondiali è preferibile all’autodeterminazione nazionale che si praticava nei secoli passati”.
Gli Stati nazionali quindi devono essere eliminati e questa Europa fa le prove per diminuire sempre più gli spazi politici di manovra dei singoli stati nazionali. Un passo in avanti nell’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale in un futuro sempre più orwelliano.
E’ vitale, prima che sia troppo tardi, sottrarre potere ai superburocrati etero diretti e invertire la rotta a favore di una politica comprensibile volta al benessere dei popoli riprendendo il progetto che fu di Charles De Gaulle per la creazione di un’Europa delle patrie.

 

 

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