Test Cipro:
vogliono salvare le banche confiscando i depositi

Paolo Raimondi
 

La decisione del governo di Cipro, presa sotto il ricatto della Troika (Fmi, Commissione europea e Bce), di tassare, o sarebbe meglio dire espropriare, tutti i conti correnti oltre i 100 mila euro delle banche cipriote in default, è di fatto un test premeditato e un pericoloso precedente per l'intera Ue. 
            Anche l’ufficio di Michel Barnier, il commissario europeo al mercato interno, non ha potuto escludere la possibilità che, in futuro, i depositi oltre quella cifra, possano essere utilizzati per operazioni di salvataggio delle banche europee in crisi. Dopo il fallimento della Lehman Brothers del 2008, la garanzia fino a 100.000 euro di deposito ai risparmiatori e ai correntisti era stata la mossa opportuna  fatta dai governi europei per stabilizzare la situazione ed evitare una corsa agli sportelli.           
            Il sistema bancario di Cipro, a metà strada tra il legale e l'offshore, è pieno di soldi, spesso di provenienza non limpida. Secondo il Fondo Monetario Internazionale esso avrebbe attività per 152 miliardi di euro pari a circa 8 volte il Pil del Paese. I depositi bancari, favoriti da tasse basse e da ancor più bassi controlli, ammonterebbero a 68 miliardi, dei quali il 40% sarebbe in mani russe. La Cyprus Bank e la Cyprus Popular (Laiki) Bank sono tra le maggiori banche cipriote in gravi difficoltà per le perdite in miliardi di euro subite sui bond greci e per il rischio di insolvenza dovuto all'accumulo di debiti causati da speculazioni andate male. Il governo cipriota deve far fronte alla crisi di bilancio come tutti i Paesi europei dell'area mediterranea. Servono circa 17 miliardi di euro.
Nei mesi precedenti i mass media internazionali, e la grande finanza ad essi collegata, avevano preparato lo scenario di “Cipro off-shore dei soldi sporchi russi” per giustificare le misure da adottare.
            In varie occasioni il governo russo ha fatto notare che “la zona off-shore di Cipro non è stata creata dalla Russia ma dalle autorità cipriote con la connivenza dell’Ue” e che “la confisca dei fondi di investitori mina la credibilità del sistema bancario dell’intera zona euro”.
            Al riguardo è da sottolineare che dal 10 dicembre 2012 era già in circolazione un documento della americana Fdic, Federal deposit insurance corporation e della Bank of England, il «Resolving globally active, Sistemicaly important financial institutions», che affronta le emergenze relative all'eventuale bancarotta di istituzioni finanziarie di importanza sistemica. Si afferma che non si intende più utilizzare i soldi pubblici per salvare con dei bail-out le banche in crisi.
            Il motto è: dal bail-out al bail-in! Con il procedimento del bail-in le perdite dovranno essere sopportate dagli azionisti e dai cosiddetti «unsecured creditors». Tra gli «unsecured creditors» ci sono i detentori di azioni, obbligazioni e di altri titoli di credito non garantiti. Si salvano invece i crediti vantati dalle pubbliche amministrazioni, dalle banche centrali, dalla Bce in Europa e da enti internazionali come il Fmi.
            Ciò significa che anche i depositi oltre la soglia dei 100.000 euro potenzialmente entrano a far parte degli unsecured creditors e potrebbero essere quindi confiscati per coprire i buchi e/o forzatamente trasformati in capitali di rischio (azioni) della banca.
            Ad esempio, per la Cyprus Bank si è così deciso: il 37,5% dei depositi oltre i 100.000 euro saranno convertiti in azioni della banca, il cui valore sarà difficilmente sostenibile; un altro 22,5% resterà congelato in attesa di decidere se convertirlo in azioni e un ulteriore 30% resterà temporaneamente bloccato mentre si valutano gli effetti del salvataggio.
            Nel definire strategie di “intervento risolutivo” per singole gravi emergenze finanziarie, non si prende in considerazione la cosa più ovvia: cosa si intende fare se i meccanismi dello stesso sistema sono la causa dei fallimenti?
            Il caso di Cipro quindi può essere l’opportunità per definire nuove regole. La politica del ricatto dei “rigoristi” da una parte e delle banche che si sentono tutte “too big too fail” dall’altra non può che portare al caos economico e sociale.
            Il documento anglo americano sopra citato indica come un atto dovuto di riorganizzazione e di stabilizzazione delle banche in crisi la possibilità di separare le attività di deposito da quelle di investimento. Ma allora perché non ritornare alla pura e semplice separazione tra banche commerciali e banche di investimento, proprio come indicato dalla legge Glass-Steagall del 1933? Sarebbe la via più sicura per garantire una vera protezione per i risparmiatori e mettere al contempo fuori gioco la speculazione.
            Sotto questo punto di vista deve essere pubblicamente e politicamente valorizzato il ruolo delle Banche popolari e di quelle cooperative nel servizio del  credito. Sono quelle più vicine alle imprese e alle famiglie nella promozione di investimenti e di sviluppo. Sono anche le banche che per statuto non hanno potuto e non possono utilizzare i depositi per operazioni finanziarie speculative come quelle fatte con i derivati.

Raimondi Paolo

 

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