L'L'era dell'Unione Europea, contrariamente a quanto immaginato un tempo nelle scuole e nelle università, non inizia con un'impronta di idealismo e solidarietà reciproca, ma di materialismo e ostacoli spesso artificiali quanto, ad una prima lettura, incomprensibili. Dal 1 gennaio del 2002 ben 15 stati che avevano messo da parte oltre 60 anni le guerre sarebbero stati pronti ad aderire ad un libero mercato economico, con una moneta unica e con dei confini quasi simbolici: un evento a dir poco eccezionale per la vecchia Europa e le sue millenarie dinamiche politiche e sociali.
I risultati concreti, di questi primi anni, sono invece stati altri, fin dalle prime avvisaglie: la Gran Bretagna è rimasta fedele alla sterlina, la lievitazione dei costi per la moneta unica, la crisi economica comune, i referendum popolari che bocciano l'euro e le scelte dei governanti, norme finanziarie soffocanti ed un senso di solidarietà quasi assente, come dimostra la situazione della Grecia.
L'Italia, in questo contesto, non ha mai manifestato smanie di grandezza culturale o di protagonismo per i suoi retaggi: nessuno ha mai richiesto profondi riconoscimenti verso l'antica Roma ed il suo primato nell'avere unito, per secoli, queste terre non solo militarmente, quanto dal punto di vista delle leggi, della lingua, della cittadinanza e persino delle infrastrutture e delle emigrazioni interne.
Questo primato non è stato rivendicato nemmeno per la presenza in Europa di Roma quale capitale del Cristianesimo.
Ben lontana da smanie populistiche, quindi, l'Italia si è dimostrata prudente, rispettosa del passato del singolo stato e delle obiezioni religiose del singolo cittadino europeo, ritrovandosi penalizzata anche per questo spirito di umiltà e di servizio per la causa comune.
Uno dei primati non richiesti, infatti, è stato inspiegabilmente assegnato a inglese, francese e tedesco, quali lingue che l'Unione Europea riconosce come prioritari nei concorsi.
La mortificazione diventa maggiore se si considera che l'Italia, nel 1957, faceva parte di quelle 6 nazioni che fondarono la Comunità Economica Europea, madre dell'attuale organismo.
Come correre ai ripari, magari iniziando da casa nostra e rilanciando il valore della nostra lingua? Un buon punto di partenza lo si trova nel documento “lingua italiana, scuola, sviluppo”, con cui le accademie della Crusca e dei Lincei hanno denunciato la crisi dell' insegnamento scolastico dell' italiano.
La loro valutazione sottolinea le responsabilità delle Università e dei Governi che si susseguono verso gli insegnanti che, usciti dagli ambienti di formazione, non avrebbero spesso le dovute competenze nell'area linguistica italiana.
Uno dei motivi principali sarebbe che molti docenti, avendo maturato una cultura in altri settori, non avrebbero mai studiato la lingua della quale avrebbero dovuto curare l'insegnamento.
Sarebbero infatti mancati meccanismi di selezione, che avrebbero permesso di accedere all'insegnamento soltanto a laureati idonei.
Il paradosso è ben più di un campanello d'allarme: ormai un insegnante, tra laurea e biennio di formazione, diviene tale a ridosso dei trent'anni, e tutt'altro che formato.
Il documento, quale via d'uscita da questa crisi, suggerisce una profonda sinergia tra istituzioni e Università.
Del problema, sul piano politico, si sono fatti carico il ministro delle Politiche europee, Andrea Ronchi, che ha preannunziato in sede Ue «iniziative a tutti i livelli» in difesa dell' italiano, e la deputata Paola Frassinetti (Pdl), la quale ha proposto di creare un Consiglio superiore della lingua italiana.
Se al momento l'attuale governo promuove questi primi interventi, è bene che le Università non si chiudano all'interno di vicoli ciechi ideologici o timori di modifiche sostanziali verso autonomie di fatto cristallizzate, come purtroppo è avvenuto di fronte ad ogni minimo accenno di riforma del sistema.
Il rischio è elevato, dal momento in cui i dibattiti maturati nelle accademie hanno portato alla luce tematiche sul rilancio dell'identità (sia nei termini italiani nelle scienze naturali che in quelli nel rapporto tra italiano ed immigrati).
Negli anni avvenire diverrà quindi importante chiudere questo corto circuito nell'ambito scolastico, dove si insegna a voler bene all'Europa ma al tempo stesso non si insegna a sufficienza a voler bene all'italiano, tanto che studenti ed insegnanti preferiscono manifestare contro le proposte del politico di turno piuttosto che contro la declassazione della lingua madre.
Un motivo in più per la nostra tradizione universitaria, che ormai vanta nove secoli, non solo di essere a sua volta il motore propositivo stesso della crescita culturale italiana ed europea, ma, contemporaneamente, di essere in grado di dare risposte concrete all'esigenza di avere pari diritti e pari strumenti per inserirsi nel mondo comunitario del lavoro.