Un monito costante: "fare chiarezza!"
Parola d'ordine: "Condividere!"
Una lingua in tilt

Claudio Antonelli

Un monito costante: "fare chiarezza!"

In Italia, terra delle mode, a certune frasi arride all’improvviso una gran fortuna: sono sulla bocca di tutti. “Tenere alta la guardia” è una di queste. Un’altra è “fare chiarezza”. “Fare chiarezza” è una frase cristallina, perentoria, intransigente, che esala non solo superiorità morale, ma pragmatismo e concretezza.
Nella penisola, tutti vogliono “fare chiarezza”. Su cosa? Sui fatti più diversi, poiché nella patria della dietrologia e del “cui prodest?” ombre e sospetti incombono su tutto.
Chi invita a “far chiarezza”  non elabora, non spiega, non dice come fare, giacché il punto di forza di questa frase è proprio una sua concisione primordiale. Colui che “porta avanti il discorso” non precisa: fare chiarezza “sull’accaduto”, sugli “avvenimenti”, “sulle circostanze”, “sui retroscena”, “sui risvolti”. Ad aggiungere qualcosa si perderebbe l’effetto, dato che “fare chiarezza” è una frase assoluta alla “m’illumino d’immenso”.
Oggi un giornalista che si rispetti non scriverà “XY ha cercato di chiarire la sua posizione”, frase d’anteguerra che sa di naftalina e di “bagnasciuga”, bensì: “XY ha cercato di far chiarezza sulla sua posizione”. E così anche preferirà all’antidiluviano: “l’omicidio non è stato ancora chiarito”, un contemporaneo “sull’omicidio non è stata fatta ancora chiarezza.”
La “chiarezza” ha spazzato via l’uso di termini e espressioni che servivano a precisare il pensiero, ma che, ahimè, non erano abbastanza icastici. Finite quindi le frasi con i chiarimenti, le chiarificazioni, gli accertamenti, le prove (a dire il vero, resistono ancora “i riscontri”, ma per quanto ancora? ). E in relazione ad un avvenimento, non si delucida, non si fa luce, non si chiariscono dubbi, retroscena e circostanze, non si accertano verità, non si stabiliscono fatti, non si determinano negligenze e responsabilità, non si fugano ombre. Non si mette più nulla né in luce né in chiaro. Si fa invece  “chiarezza”. Anzi, si invitano gli altri a far chiarezza. Il che è molto più comodo.

 *Originario di Pisino (Istria) Giornalista, Scrittore, Ricercatore Universitario Residente in Canada

 

Parola d'ordine: "Condividere!"

Un verbo non sempre facile da tradurre in italiano è l’inglese “to share” (in francese: “partager”). Come renderli? Con “ripartire”, “dividere”, “condividere”, “spartire”, o ancora “partecipare”, “far parte”, “rendere partecipe”? Dipende, beninteso, dal contesto. Io voglio semplicemente “farvi partecipi” della questione, e “condividere” con voi - “to share with you” -  questa difficoltà di traduzione.
Nella summenzionata lista dei sinonimi - la cosa è chiarissima - è “condividere” oggigiorno a trionfare.
 “Condividere” è infatti onnipresente nel linguaggio degli italiani, soprattutto dei politici. Il Parlamento italiano è un’arena da combattimento? Tutti si saltano alla gola? La faziosità impedisce ogni intesa? Nel parlare è invece tutto un “condividere”. Anche il saggio Giorgio Napolitano, presidente “bipartisan” e “condivisore” per eccellenza, ammonisce costantemente: “Vanno ricercate regole condivise!”
Ciò che conta in Italia è “portare avanti il discorso”. Un discorso che chi lo fa vuol “condividere” con gli altri. Ma ognuno, purtroppo, ne fa uno diverso...

C.A.

 

 

Una lingua in tilt

La lingua italiana ha perso d’un sol colpo molte piume. Ciò  è avvenuto a Bruxelles, all’Unione Europea, dove l’italiano è stato declassato. Le reazioni, in Italia, sono state immediate e vive: “L’italiano esce dal gruppo ristretto delle lingue stabili dell’Unione, al quale appartengono l’inglese, il francese e il tedesco.”; “Italiano addio, sconfitto in Europa.”; “Sabatini: ‘A Bruxelles i nostri politici non difendono il prestigio della lingua’.”
Questo “flop” della lingua italiana, andata “in tilt” a Bruxelles, non è purtroppo né un’“exit stategy” né un semplice “gossip”, ma somiglia piuttosto ad un indigesto “reality”. Io suggerirei che in Italia creino subito un’“Authority”, doverosamente “bipartisan” e provvista di “moral suasion”, per intervenire in maniera appropriata - istituendo se necessario anche un “Italian-day” - a protezione del “welfare” della nostra lingua, vittima del “pressing” e dello  “stalking” condotto da quel “serial killer” linguistico che è l’inglese. La cui avanzata - è doveroso aggiungere - è favorita dagli “assist” di tanti italiani che, ossessionati dal “look”, scimmiottando gli angloamericani pensano di essere “trendy” e “cool” mentre in realtà si comportano da perfetti “asshole”.

C.A.


 

 

Sommario

Piazza Roma 4, Scala C - Latina
Tel.: 0773/480553    Fax: 0773/412412